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30 luglio 2007
Le virtù politiche necessarie per la crescita e lo sviluppo locale
Le èlites politiche locali si trovano oggi ad operare in un contesto istituzionale profondamente mutato rispetto al passato. Se questo è vero in termini assoluti, è vero anche che spesso capita di incontrare amministratori locali, dirigenti e funzionari comunali che danno l’impressione che nulla sia cambiato o quasi, per i quali, quelle logiche burocratico/politiche che animavano uno scenario istituzionale completamente diverso, continuano ad essere valide ed attuali anche oggi.
È mutato il disegno complessivo dell’amministrazione italiana. Si è passati da un modello di government, in cui prevaleva una logica di coordinamento ed integrazione di tipo top-down, basata sull’imposizione di norme e su forti relazioni gerarchice, ad uno di governance in cui, al contrario, risulta essenziale e critica la capacità di creare consenso, condivisione e convergenza di interesse sulle soluzioni proproste.
Lo sviluppo economico di un territorio, in un contesto di governance, tende sempre più ad essere il risultato di una programmazione economica efficiente, tempestiva e coerente con le esigenze dell’area geografica di rifermento, capace di conseguire gli obiettivi strategico-politici assegnati attraverso un efficace ed efficiente coordinamento dei diversi interventi pubblici.
I principali indicatori economici del 2006 mostrano segnali di crescita incoraggianti per il nostro Paese e, per il 2007, ci si attende un risultato altrettanto positivo grazie all’aumento delle esportazioni e degli investimenti. È innegabile che tale risultato lo si deve in gran parte alle imprese. Gli imprenditori sono tornati a credere nel futuro, ad investire e a rischiare, ad innovare i propri prodotti, a ricercare nuove strategie commerciali, in altri termini, a competere.
Se il mondo delle piccole e medie imprese è tornato ad essere dinamico e creativo, riacquistando fiducia in se stesso ed affrontando con nuovo spirito la competizione globale, lo stesso non può dirsi della politica e delle istituzioni.
Pur essendo un fenomeno largamente generalizzato, specie in alcune aree meridionali del Paese, gli enti locali peccano di eccessivo immobilismo, scarsa creatività e ancor più scarsa propensione al rischio, laddove per rischio deve intendersi la capacità degli amministratori locali di esprorre i propri programmi e di operare per la loro realizzazione sottoponendone i risultati ai cittadini.
Gli enti locali, ed in particolar modo i comuni, a differenza che in passato rivestono oggi un ruolo centrale rispetto alle problematiche di sviluppo. Essi dispongono delle leve fondamentali per la crescita economica e sociale di un sistema locale, hanno la possibilità di prendere le decisioni che riguardano il territorio e il suo utilizzo, ridefinendo le problematiche di sviluppo in funzione delle istanze sociali e costruendo il consenso necessario intorno ai processi di pianificazione, trasformazione e gestione delle aree che li riguardano.
La valorizzazione del territorio e la ricerca del suo corretto sviluppo rappresentano quindi temi centrali sui cui la politica locale è chiamata ad interrogarsi e cui cui dovrebbe focalizzare la propria azione. Per attivare il circolo virtuoso dello sviluppo economico locale, gli enti locali dovrebbero assumere il ruolo di snodo centrale per la raccolta delle istanze sociali e per la programmazione, e di soggetto trainante nei rapporti con le imprese, le banche e gli attori istituzionali.
Pertanto, il compito delle èlites politiche locali è quello di operare affinchè gli enti locali divengano sempre più “forti” e “autorevoli”, capaci di fare le scelte che gli competono nell’interesse pubblico, valorizzando l’autogoverno e la concertazione, ed interfacciandosi costruttivamente con gli altri attori dello sviluppo locale.
Ridisegnare il ruolo e le funzioni degli enti locali in termini di soggetti regolatori del sistema economico locale e, nel contempo, perseguire politiche di programmazione capaci di creare sviluppo, in un quadro politico-istituzionale frammentato e asettico come il nostro, non è privo di difficoltà e di costi di natura politica. Tali politiche, infatti, passano per il definitivo abbandono di quella cultura provinciale ed interventista che anima ancora gran parte delle classi dirigenti locali; per l’adozione di metodi moderni di analisi delle priorità di sviluppo; per una diffusa rappresentanza e partecipazione; per la promozione del merito e della competenza; e soprattutto, per l’effettiva volontà politica di definire in un tavolo comune le strategie di sviluppo locale rimettendo ad esso poteri e prerogative di governo.
Si tratta di condizioni necessarie e non negoziabili per assicurare la crescita e lo sviluppo economico dei territori. Sono condizioni che richiedono una èlites politica illuminata, responsabile e capace di guardare al futuro e di innovare anche rischiando in prima persona. È evidente però, che solo una classe dirigente in grado da un lato, di porre al centro dei sistemi locali la concorrenza e la ricerca dell’efficienza attraverso la competizione e, dall’altro, di assegnare alle istituzioni locali il ruolo di arbitro, di garante, di regista del sistema e di stimolo alla concorrenza, sarà in grado di offrire ai territori condizioni durevoli di sviluppo e, ai cittadini-elettori, quel benessere spesso soltanto annunciato nei programmi elettorali di destra e di sinistra.
| inviato da fga il 30/7/2007 alle 22:19 | |
4 luglio 2007
Sono tre i veri nodi della Finanza pubblica
Per mesi abbiamo assistito al tira e molla sul destino del tesoretto (pari, secondo il Ministro Padoa Schioppa, allo 0,4% del PIL), un extra-gettito di difficile ed incerta quantificazione che a detta degli esperti (compresa la Corte dei Conti e l’Unione Europea) sarebbe dovuto essere destinato esclusivamente al risanamento del debito pubblico.
A dispetto di tutto ciò, il DPEF 2008-2011, preoccupandosi più della tenuta della maggioranza che della salute della nostra economia, ha preferito adottare una soluzione a metà tra il rigore e l’ennesimo aumento della spesa pubblica prevedendo interventi in campo sociale (2,3 miliardi), a favore dello sviluppo (2,3 miliardi), della sicurezza e del funzionamento delle amministrazioni (1,9 miliardi). Il risultato? Una strategia di finanza pubblica illogica ed incomprensibile tale per cui, dopo una finanziaria ispirata al rigore ed al risanamento (qual è stata quella per il 2007) il Governo ha approvato all’unanimità un DPEF in cui non solo le maggiori entrate non sono state destinate al risanamento, ma sono state previste spese in misura maggiore facendo ulteriormente crescere il deficit pubblico il cui obiettivo per il 2007 è stato innalzato dal 2,3% al 2,5%.
In un simile contesto, sciogliere i nodi irrisolti della finanza pubblica è ancora possibile ma occorre realizzare una decisa inversione di tendenza, ripensando alla finanza pubblica non più solo in termini di strumento di redistribuzione del reddito e di equità sociale, bensì di sviluppo, di supporto alla creatività dei singoli, delle imprese, delle organizzazioni sociali (in primis della famiglia) secondo un approccio basato sull’analisi costi-benefici, in un contesto di rigore, trasparenza e certezza dei conti pubblici.
Il DPEF non offre garanzie in tale direzione, assomiglia sempre più ad un “test” di praticabilità politica delle scelte economiche del Governo, la cui sostanza è però rinviata al momento di presentazione della legge finanziaria. Pertanto, un primo vero segnale di inversione di tendenza potrebbe essere offerto dal Parlamento solo con il superamento della recente prassi legislativa delle finanziarie “omnibus” che incentivano “l’assalto alla diligenza”, cui abbiamo assistito negli ultimi anni, da parte dei partiti più irresponsabili. L’auspicato ripensamento della finanza pubblica passa, infatti, anche attraverso l’adozione di una legge finanziaria che permetta di monitorare costantemente la spesa, di adeguare continuamente gli obiettivi alle risorse disponibili e di valutare in modo trasparente e veritiero, i risultati ottenuti.
Questo, nel complesso, è solo uno dei nodi della finanza pubblica. Il terzo per la precisione.
Dal dopo guerra in poi, nel nostro Paese più che in altri, lo Stato ha assunto un sempre crescente ruolo di distributore di risorse che ha prodotto un’insostenibile dilatazione delle dimensioni della spesa pubblica ed una forte tensione (che tutt’ora persiste) tra risorse disponibili e richieste da esaudire. Nonostate le riforme che, specie negli anni novanta, hanno interessato la finanza pubblica e la pubblica amministrazione, l’intervento pubblico (specie nell’economia e nei settori sociali) risulta non solo ancora decisamente elevato ma, cosa ancor peggiore, fortemente inefficiente ed inefficace. E tutto ciò, con evidenti ricadute negative sui conti pubblici e sulle tasche dei cittadini e delle imprese.
Gli altri nodi irrisolti della finanza pubblica (oltre alla tendenza ad impiegare risorse in misura maggiore rispetto alle entrate quale prezzo per la sopravvvenza politica delle maggioranze di governo, di cui abbiamo già parlato) sono due: un apparato amministrativo “pesante” ed “incontrollabile” gestito secondo logiche fortemente burocratiche e politicizzate (a dispetto della separazione tra politica ed amministrazione rimasta, per molto versi, lettera morta); l’incapacità di dar vita a flussi di gettito soddisfacenti attraverso il ricorso a fonti diverse dalle misure fiscali.
Quanto al primo aspetto, relativo alla pesantezza dell’apparato pubblico ed alla sua scarsa produttività, si sono spese già molte parole. Purtroppo però, come spesso accade, a fronte di tante parole, i fatti sono stati pochi, pochissimi. Un esempio su tutti? Il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, secondo la Corte dei Conti, “ha comportato un aumento complessivo dei redditi da lavoro dipendente di poco inferiore al 9% […] a fronte di un obiettivo programmatico nell’ordine del 4% circa” e ciò, ovviamente, senza alcuna contropartita in termini di incremento della produttività dei dipendenti pubblici. Un ulteriore esempio? Una spesa sanitaria che cresce in modo incontrollabile, oltre che per l’invecchiamento della popolazione e l’emergere di nuovi bisogni, per l’inefficienza delle strutture sanitarie pubbliche e per l’incapacità di effettuare un serio monitoraggio della spesa attraverso idonei strumenti di controllo, coordinamento e sinergia.
Quanto al secondo aspetto, che è poi connesso al primo, spesso ci si dimentica che l’acquisizione dei mezzi finanziari necessari a realizzare le politiche pubbliche può avvenire anche attraverso strumenti diversi dal prelievo fiscale quali la gestione imprenditoriale del patrimonio pubblico, lo sfruttamento dei beni demaniali, la gestione di musei ed opere d’arte, la cessione (secondo canoni di economicità) del patrimonio pubblico, la partecipazione a società svolgenti attività economico-imprenditoriali e capaci di generare profitti, la riduzione dei costi interni alle amministrazioni o il taglio delle spese superflue. Occorre tuttavia essere consci del fatto che generare flussi di cassa attraverso tali strumenti non è né semplice né agevole per il settore pubblico poiché presuppone un apparato amministrativo efficiente e virtuoso. Così, con una disarmante arrendevolezza, si è sin qui preferito seguire la strada (decisamente più in discesa) dell’incremento della pressione fiscale (secondo la Corte dei Conti passata dal 40,6% del 2005 al 42,3% del 2006) e della diminuzione delle spese in conto capitale, con tanti saluti agli investimenti infrastrutturali necessari alla competitività delle nostre imprese.
Nel 1835 Alexis de Tocqueville, nella sua opera “La democrazia in America”, notava come nelle democrazie, più che negli altri ordinamenti politici, vi fosse una maggiore propensione all’incremento della spesa pubblica dettata principalmente da quella spinta verso l’uguaglianza insita nei regimi democratici. La storia ha sin qui dato ragione a Tocqueville.
Ciò a maggior ragione nel nostro Paese dove l’ennesima conferma della bontà di tale intuizione ci è offerta, oltre che dal recente dibattito sul “tesoretto” e sull’abolizione dello “scalone”, dalla relazione della magistratura contabile in ordine al Rendiconto generale dello Stato presentato qualche giorno fa a Roma. Un giudizio, quello della Corte dei Conti, affatto lusinghiero per la nostra finanza pubblica dove la magistratura non ha mancato di sollevare numerosi motivi di preoccupazione e moniti per le future scelte di finanza pubblica.
L’elevata pressione fiscale, la diminuzione degli investimenti pubblici, la crescita incontrollata della spesa corrente (specie nelle categorie a rischio del pubblico impiego, della previdenza e della sanità), il persistente alto tasso di illegalità nelle gestioni pubbliche, l’incertezza e instabilità di alcune voci di entrata (come quelle derivanti dalla lotta all’evasione fiscale o dalla cessione del patromonio immobiliare pubblico), il preoccupante ricorso all’indebitamento e alle cartolarizzazioni (specie da parte delle regioni), la pericolosa triangolazione tra Stato-banche-imprese sui trasferimenti ai settori produttivi, non permettono, secondo la Corte, di ritenere sciolti quei nodi della finanza pubblica che, ormai da decenni, affliggono il nostro sistema economico.
pubblicato su www.loccidentale.it
| inviato da fga il 4/7/2007 alle 23:7 | |
17 giugno 2007
I disegni di legge Lanzillotta e Bersani? Due accordi al ribasso, meglio fermarsi
Il Centro Studi e Documentazione Tocqueville-Acton, think-tank indipendente frutto della collaborazione tra la Fondazione Novae Terrae, fondazione per la difesa dei diritti umani, ed il Centro Cattolico Liberale, network dei giovani cattolici e liberali, giudica negativamente l’accordo raggiunto sul testo del ddl Lanzillotta in materia di riforma dei servizi pubblici locali approvato dalla Camera, e su quello che va delinandosi, in materia di liberalizzazioni, del ddl Bersani.
Il ddl Lanzillotta, ormai all’esame del Senato, mostra evidenti segnali di arretramento culturale sulla questione dei servizi pubblici locali. Si parla ancora di pubblicizzazione dei servizi idrici, di municipalizzate e si guarda al mercato, anzicchè con ottimismo, con diffidenza e timore.
Negativo è anche il giudizio sulle modifiche apportate dalla Camera al ddl Bersani, attualmente in discussione, in materia di liberalizzazioni. Come affermato di recente da Andrea Boitani in un articolo apparso su Il Sole 24 Ore del 07.06.07, le così dette “lenzuolate” di liberalizzazioni si sono ormai ridotte a poco più che un (misero) fazzolettino: ogni giorno perdono un pezzo più o meno rilevante. Resta l’esclusiva dei notai per tutte le compravendite di immobili; viene cancellata l’abolizione del Pubblico registro automobilistico (Pra); vengono riservate ai tassisti e ai titolari di licenze per noleggio con conducente l’esclusiva sui servizi di trasporto urbano innovativo. Ma non solo, come se non bastasse, il ministro della salute Livia Turco ha promesso a federfarma che l’emendamento D’Elia sulla dispensazione dei farmaci di classe C al di fuori delle farmacie verrà quanto prima eliminato senza proporre, però, alcuna soluzione alternativa rispettosa del mercato e delle regole della concorrenza.
Le liberalizzazioni Bersani e la riforma dei servizi pubblici locali attualmente in discussione, ricordano vagamente le vicende legate alle privatizzazioni degli anni novanta e lasciano presagire i medesimi effetti. Meramente nominali perché formali ed incapaci, nella maggior parte dei casi, di introdurre meccanismi tali da limitare l’intervento dello Stato in economa, (spesso) non hanno prodotto quei significativi cambiamenti nella vita dei cittadini che era invece lecito attendersi.
I disegni di legge in esame sembrano caratterizzati dal medesimo vizio di fondo. Sono vuoti di contenuti perchè meri slogan elettorali incapaci di innovare il Paese e di offrire benefici reali. Evidenziano soltanto la mancanza di una chiara “vision” sul futuro dell’Italia da parte di ampi settori della politica italiana.
Sul terreno delle riforme liberali, piuttosto che raggiungere inutili e dannosi compromessi al ribasso, Tocqueville-Acton auspica che ci si fermi a riflettere, attendendo tempi (e coalizioni) migliori.
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Tocqueville-Acton Centro Studi e Documentazione www.cattolici-liberali.com - info@cattolici-liberali.com
Per informazioni: Fabio G. Angelini Tel. +39 348.0349131
| inviato da fga il 17/6/2007 alle 15:54 | |
2 gennaio 2007
Interruzione di gravidanza e solidarietà: l’esempio di Busto
Poco meno di trent’anni fa il nostro Paese approvava la discussa legge n. 194. Si tratta della legge attraverso cui, tra mille polemiche, si è legalizzata l’interruzione volontaria di gravidanza. Non si tratta di un diritto della donna all’aborto bensì di una facoltà concessa dall’ordinamento nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza, il parto o la stessa maternità, potrebbero comportare un serio pericolo per la salute fisica e psichica della donna in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, sociali o familiari o, infine, a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito.
Il dibattito sulla legge sull’aborto è di recente tornato un tema caldo. I discorsi però, sono gli stessi sentiti trent’anni fa’ con una differenza. Gli abortisti del nuovo millennio sono ancora più acritici ed estremisti. Parallelamente è cresciuta l’intolleranza verso chiunque cerchi proporre alternative o semplici riflessioni, verso chiunque cerchi di discutere. Ci si preferisce chiudere a riccio piuttosto che confrontarsi, forse per la paura di dover argomentare le proprio posizioni.
L’Udc non ha di queste paure. Siamo da sempre schierati a tutela dei grandi valori come la famiglia e la vita. Si tratta delle fondamenta sulle quali, all’indomani della guerra, tanti uomini di buona volontà hanno ricostruito il nostro Paese, con spirito di sacrificio ed enorme senso di responsabilità.
Tuttavia i tempi cambiano e, con esso, cambiano gli uomini ed il valore che noi stessi attribuiamo alle cose. Negli anni è cambiato il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e, quindi, anche con il sesso. Cambiare non è un male, spesso è un bene; ciò che conta è avere ben saldi alcuni valori guida, quelle regole alla base del nostro rapporto con gli altri, con noi stessi ed in generale con la vita.
Temiamo che la deriva consumistica ed edonistica della società del nuovo millennio possa farci perdere il senso della sacralità della vita degli altri, che condurrebbe dritti all’inevitabile fine di ogni sentimento nella vita di ciascuno. Oggi questo è soltanto un pericolo, la realtà è un’altra. Tutti, almeno a parole, dichiarano di credere fermamente nella sacralità della vita. Per tale motivo crediamo che dovremmo essere tutti d’accordo sul fatto che non c’è nessuna buona ragione pratica che giustifichi la soppressione di un essere umano, sia pure nei primi stadi della sua evoluzione.
L’interruzione volontaria di gravidanza era una pratica diffusa già prima dell’introduzione della legge n. 194 e, pertanto, la prassi ha consigliato di legalizzarla non nel senso di assegnare un diritto a chiunque di abortire, ma più semplicemente di depenalizzare la soppressione di una potenziale vita in alcuni casi “responsabilmente” valutati. Del resto, la legge n. 194 afferma espressamente che “lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. Per tali ragioni, prescindendo da qualsiasi valutazione di tipo morale, che spetta ad ogni singolo individuo, l’aborto resta pur sempre una “colpa” e la legge n. 194 lo strumento attraverso il quale si è attribuita una libertà da esercitare però consapevolmente e responsabilmente.
Non mettiamo in discussione questa legge, pensiamo più semplicemente che quell’iniziale depenalizzazione di una colpa qual è l’aborto si stia via via trasformando in un diritto e, quindi, in un diritto di uccidere. Un tale diritto è inaccettabile in un Paese come il nostro in cui la sacralità della vita è ancora un valore, un pilastro della nostra società democratica.
Per evitare che questo accada crediamo sia necessario porre in essere una serie di azioni, a supporto della donna e mai contro di essa, capaci di far si che quella dell’aborto sia una scelta davvero meditata, l’unica percorribile, così come nello stesso spirito della legge n. 194. I dati empirici mostrano, negli ultimi anni, un vertiginoso aumento di interruzioni di gravidanza da parte di donne extracomunitarie in situazione di solitudine, povertà, incertezza ed ignoranza. Al contrario, grazie alle campagne di prevenzione, al benessere ed al sempre più elevato livello di istruzione, dall’approvazione della legge ad oggi il ricorso all’aborto da parte di donne italiane è sensibilmente diminuito. È evidente, pur riconoscendo a ciascuna donna una “libertà vincolata” all’aborto, la tutela del valore della vita umana passa necessariamente attraverso un’attenta opera di sensibilizzazione, di responsabilizzazione e di aiuto concreto rivolto a quelle madri che, in condizioni di disorientamento, optano inconsapevolmente per la via dell’aborto.
Il riconoscimento del valore di una tale opera di sensibilizzazione sul significato della vita e alla scelta dell’interruzione di gravidanza come extrema ratio è, tra l’altro, operato dalla stessa legge laddove prevede che “i consultori possono avvalersi della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono aiutare la maternità difficile dopo la nascita”. Tuttavia, tranne in alcuni sporadici casi, i consultori familiari e gli ambulatori ospedalieri hanno finito per diventare dei meri dispensatori di certificati senza offrire alle donne, specialmente a quelle in condizioni sociali disagiate, il necessario supporto morale, psicologico ed a volte economico di cui avrebbero disperatamente bisogno. Spesso si tratta di donne che, sole e disorientate, cercano semplicemente qualcuno che le ascolti, che le dia la forza ed il coraggio di superare le condizioni avverse e di mettere al mondo un figlio.
Tra quei casi sporadici c’è la nostra realtà locale, in cui il consultorio della Asl gli ambulatori dell’Azienda Ospedaliera riescono concretamente ad offrire un aiuto alle donne che manifestano la volontà di interrompere la propria gravidanza anche grazie alle sinergie con le volontarie del locale Centro di Aiuto alla Vita. I risultati sono visibili e sotto gli occhi di tutti. Pur senza mettere in discussione la libertà di interrompere la gravidanza, sancita dalla legge n. 194, grazie ai volontari del Centro di Aiuto alla Vita e agli operatori del consultorio dell’Asl e degli ambulatori di ginecologia ed ostetricia dell’Azienda Ospedaliera, nel nostro territorio è forte l’impegno a far si che il ricorso all’aborto sia frutto di attente e dolorose riflessioni, una scelta tragica, a volte purtroppo necessaria, ma pur sempre consapevole.
È questo a nostro parere il modo migliore per tutelare, anche con la legge n. 194/1978, il valore della vita e la sua sacralità, permettendo alle donne di conoscere le possibili alternative all’aborto, di riflettere, di interrogare le proprie coscienze e di trovare conforto e aiuto nel prossimo. È questo uno splendido esempio di come la solidarietà tra gli uomini, valore sempre sostenuto dall’Udc ed ispiratore della nostra attività politica quotidiana, può contribuire alla crescita sociale e civile della società, preservandone i valori fondanti e, nel contempo, educando le nuove generazioni al rispetto reciproco. Busto, grazie al Centro di Aiuto alla Vita, all’Asl e all’Azienda Ospedaliera ne è un esempio e di questo ne siamo fieri. Grazie.
| inviato da il 2/1/2007 alle 22:36 | |
17 ottobre 2005
Qualche riflessione sul dopo primarie...un consiglio per la CdL
Proviamo ad analizzare con lucidità queste primarie del centro sinistra. Una considerazione preliminare sulla quale credo possiamo essere più o meno tutti d’accordo, non si è trattato di una vera e propria competizione ma del resto credo che non fosse questo l’intento dei promotori. Credo invece che da queste primarie se ne debba trarre una conseguenza importante: ve ripensata la CdL, non solo e non soltanto in termini di cambio di leadership ma soprattutto relativamente alla capacità dei partiti di centro destra di avvicinarsi alla gente.
Personalmente ho sempre ritenuto che la politica non possa essere mera gestione del potere. Credo che invece fare politica significhi coinvolgere, emozionale, includere. Mi sembra invece che questa nostra CdL, ultimamente, abbia molta meno capacità inclusiva che in passato. No si tratta di essere pessimisti ma semplicemente di guardare in faccia la realtà. Abbiamo promesso mari e monti ma soprattutto una cosa…un cambio di stile nel modo di fare politica. Siamo onesti, non ci siamo riusciti.
Non voglio dire che la sinistra avrebbe centrato l’obiettivo, anzi…probabilmente sarebbe andata molto peggio. Ma mi chiedo perché quando qualcuno cerca di lavorare per un rinnovamento vero della CdL lo chiamiamo “grillo parlante”, perché non affrontiamo i problemi che la realtà ci pone in maniera obiettiva e con l’intelligenza politica che sono convinto ci sia in abbondanza nel centro destra.
Perché proprio noi che condanniamo le rendite di posizione e che siamo per la meritocrazia ci arrendiamo all’idea che Berlusconi continui a essere il nostro leader senza che ci sia un vero confronto con altri leader capaci di raccogliere maggiore consenso e di costruire un nuovo rapporto con l’opposizione, più responsabile, imperniato sulle idee e non sullo scontro a tutti i costi.
A volte occorre guardarsi bene dentro, credo che il centro destra, così come in realtà è avvenuto dopo la sconfitta alla regionali, non lo stia ancora facendo. L’unico che l’ha fatto si è dimesso perché “non cambiando troppo si sopravvive meglio”, ma vi sembra possibile? È questa è la casa delle libertà?
Credo che questa sia uno splendido esempio di tirannia o anzi…dell’incapacità dei leader del centro destra di dire no al padre padrone. Se vogliamo vincere apriamo un tavolo serio di discussione altrimenti prepariamoci all’idea di Bertinotti Ministro della Repubblica!!!
| inviato da il 17/10/2005 alle 15:15 | |
15 ottobre 2005
Dimissioni di Follini? Un suicidio politico per l'UDC...
Oggi Follini si è dimesso...siamo sicuri sia un bene? Siamo sicuri che adesso l'UDC e la CdL sarà più forte? Personalmente credo di no...anzi che l'uscita di scena di Follini sia l'ennesima dimostrazione di pochezza del centro destra e della subordinazione allo strapotere del suo padrone Silvio Berlusconi.
In questi mesi Follini è stato l'unico uomo politico a comportarsi come vero uomo moderato, capace di limitare i danni e gli strappi istituzionali che Berluscono e i suoi continuano incessantemente a produrre. Avrebbe voluto farlo anche questa volta, approvando una legge elettorale in maniera democratica, dialogando e coinvolgendo l'opposizione nell'operazione...perchè le regole del gioco si costruiscono insieme....sempre e ad ogni costo.
Pur essendo da sempre per il proporzionale, pur sognando da sempre un grande centro, forte e di ispirazione cattolico liberale, devo manifestare tutte le mie perplessita in merito all'approvazione di una legge che non fa altro che alzare ancora di più i toni dello scontro, della delegittimazione politica dei due schieramente.
Non se ne può più, serve più stile, servono idee e buona volontà...serve democraticità...basta con un padrone della CdL...basta con le leggi ad personam...basta con l'attacco frontale sempre e comunque rivolto alla magistratura....bisogna costruire la coesione sociale, bisogno pensare all'economia, bisogna cambiare la mentalità dell'attuale modo di fare politica.
Credo che sia questo il segnale di discontinuità di cui Follini ha sempre parlato, serve un'impegno serio per ridare credibilità a questo centro destra che, inutile dirlo, ha fallito in tutto tranne che nel proteggere Berlusconi dai suoi problemi.
E' un momento delicato, credo che partiti come l'UDC, l'UDEUR e la Margherita possano e debbano collaborare, serve più centro, più coesione e sopratutto una politica più moderata. Il timore che ho è che dopo le dimissioni di Follini l'UDC, dopo la sconfitta inevitabile del prossimo anno farà la stessa fine di forza italia. Via Follini l'UDC non potrà che tornare ad essere subalterna a forza italia, a Berlusconi e, quindi, sarà destinata all'inevitabile fallimento politico che attende Berlusconi.
Caro Follini...tempo fa incontrandoti in occasione di un convegno mi promettesti che avresti continuato a far sentire la tua voce, a non accettare passivamente tutte le discutibili scelte di questo governo, a far si che il consenso dell'UDC crescesse sempre di più. Hai mantenuto la promessa e con questa il consenso intorno al partito, credo che senza di te, senza una voce autorevole come la tua, capace anche di dire no quando necessario l'UDC sia destinato a vedersi di molto ridimensionato quel 6% di consensi faticosamente raggiunto alle ultime regionali.
Peccato...
| inviato da il 15/10/2005 alle 16:38 | |
13 ottobre 2005
Innovazione e coesione sociale: una ricetta per la competitività dei sistemi locali
Essere competitivi, ormai lo sappiamo tutti, è requisito essenziale per affrontare le importanti sfide del mondo globale ed i suoi ritmi serrati. Più il tempo passa e più la ricerca della competitività perduta rappresenta la bussola di ogni proposta politica da destra a sinistra. Probabilmente perché affascinato dal pensiero liberale di pensatori come Cattaneo, Mill e Tocqueville, ritengo che per raccogliere la sfida del mondo globale non basti l’innovazione, la ricerca applicata allo sviluppo, un’innovazione tecnologica e strategica idonea a creare un’elevata produttività del lavoro (prodotti irripetibili e ad elevato valore aggiunto). Credo che la competitività di un sistema, in particolare di un sistema territoriale o locale che dir si voglia, nasce e si innesta a partire dal capitale umano e dalla capacità del sistema stesso di valorizzarlo. Diceva Carlo Cattaneo “ogni nuovo trattato d'economia pubblica, dovrebbe formalmente classificare tra le fonti della ricchezza delle nazioni l'intelligenza e la volontà: l'intelligenza, che scopre i beni, che inventa i metodi e gli strumenti, che guida le nazioni sulle vie della cultura e del progresso; la volonta', che determina l'azione e affronta gli ostacoli”Tali principi sono stati fatti propri anche dall’Unione Europea nell’elaborazione della cosiddetta strategia di Lisbona che mirava alla realizzazione, nel vecchio continente, dell’economia più competitiva al mondo proprio facendo leva su una radicale valorizzazione delle capacità e della formazione del capitale umano. Il riconoscimento del valore del fattore umano, a mio parere, può rappresentare l’humus per incentrare l’azione politica sul concetto di comunità o, ancor meglio, di solidarietà per lo sviluppo e per rinnovare l’attenzione sul concetto di cooperazione e di dialogo come missione di una politica responsabile capace di costruire coesione a partire dalla consapevolezza dell’interdipendenza che caratterizza il mondo di oggi. Volendo portare il discorso su un piano più concreto, ritengo, ad esempio, che un ottimo cittadino, un ottimo lavoratore, non possa che essere una persona che non solo ha avuto un’ottima formazione ma che vive in un contesto sociale sereno, stimolante, aperto e culturalmente vivace, capace di indurlo a tirar fuori il meglio di sé, stimolandolo ad un miglioramento continuo sia a livello professionale che, soprattutto, umano. La necessità di politiche orientate coraggiosamente alla costruzione di un tessuto sociale coeso, aperto, inclusivo, vivace e, per questo, competitivo, nasce proprio da questa idea. Si tratta di politiche per la comunità che, nella misura in cui riesce a sentirsi tale, costruisce le condizioni per la competitività. Ritengo che sbagli chi ritiene che la comunità diviene coesa nella misura in cui è benestante e quindi, nella misura in cui ciascun individuo è capace di competere individualmente ed egoisticamente nel sistema. È sbagliata perché ritengo che il problema vero da affrontare sia quello della rimozione degli ostacoli sul cammino dei cittadini, delle disuguaglianze delle condizioni di partenza. Solo se saremo in grado di fare questo potremo offrire ai cittadini e, di conseguenza, ai sistemi locali, gli strumenti per scalare le montagne e per raggiungere obiettivi lontani ed impensabili. La politica, da quella locale a quella nazionale, oggi ha un senso solo se si impegna nel creare le condizioni per la coesione sociale, nel promuovere equità, solidarietà e pari opportunità. Solo una comunità coesa è competitiva mentre un territorio sfibrato, individualizzato, guidato solo dall’egoismo, è debole, incapace di reggere le pressioni disgreganti provenienti dall’esterno. Tuttavia il concetto di comunità competitiva rischia di diventare uno slogan vuoto se non accompagnato da un contesto di azioni politiche coraggiose che mirino a rimuovere rendite di posizione e ostacoli burocratici, che riescano a costruire dialogo tra tutti gli attori locali e, quindi, a coinvolgere tutti nella strategia complessiva di benessere collettivo. La politica locale, per quel che le compete, deve impegnarsi nel realizzare un’operazione culturale di stampo liberale e riformista capace di spingere per il rafforzamento della comunità e della sua identità al fine di renderla sempre più competitiva avendo anche il coraggio di intervenire su interessi consolidati e di realizzare percorsi di innovazione autentica. Per fare questo dobbiamo partire dalla costruzione di una comunità coesa ponendo rimedio al malessere che sorge, negli individui prima e nelle società poi, come diceva Hobbes, in condizioni di bellum omnes contra omnes. Situazione questa che deriva essenzialmente dal trasferimento della competizione dalla società e dalla dimensione sociale dell’uomo al singolo individuo e alla sua dimensione individualistica ed egoistica che, inevitabilmente, conduce alla disgregazione sociale. Oggi le persone, e tra queste soprattutto i giovani, cercano condizioni di socialità, di benessere psicologico e sociale ed è compito della politica quello di assicurarne le condizioni, trasferendo quindi la competitività dal singolo al sistema, dalla persona alla comunità nel suo complesso. Terreno immediato su cui coltivare questa vocazione è quello del welfare per il quale occorre una seria capacità di investimento per la creazione di una rete di opportunità e di garanzie, da realizzarsi attraverso il metodo del dialogo e del confronto costruttivo, capace di diffondere benessere alle persona ed un sentimento di solidarietà comunitaria da cui ne trarrà beneficio anche la competitività dei sistemi locali.
| inviato da il 13/10/2005 alle 19:8 | |
12 ottobre 2005
Fondazioni di comunità per rilanciare i sistemi locali
Che il mondo stia cambiato rapidamente ne siamo ormai bene o male tutti convinti. Tuttavia, a questa diffusa convinzione non sempre corrispondono risposte univoche e perseguibili sul come reagire ed affrontare tali fenomeni. C’è addirittura chi, timoroso del cambiamento ed in nome di ideologie ormai non più attuali, propone soluzioni di tipo difensivistico, volte a porre delle barriere (fragili) di fronte ad un mondo che, con noi o senza di noi, è destinato inevitabilmente a mutare. Fenomeni come la globalizzazione non sono nè da demonizzare e né da elogiare. Vanno semplicemente accettati in maniera responsabile ed affrontati con coraggio.
Uno degli effetti più rilevanti di questo mondo che cambia, è rappresentanto dall’emersione di un valore che, nella tradizione del nostro Paese, soprattutto dopo l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, era destinato a perdersi: il territorio.
I territori vanno assumendo, sempre più, un’importanza decisiva per la vita del Paese. È da essi che bisogna ripartire per creare non solo sviluppo economico, ma anche le condizioni per il benessere di tutti i cittadini. Dobbiamo, in altri termini, ripartire da quei valori, espressione di ogni comunità territoriale, che rappresentano quell’insieme di credenze, di convinzioni e di esperienze che, differenziando un territorio da tutti gli altri, sono fattori chiave per vincere la sfida del cambiamento.
Cosa vuol dire questo? Vuole semplicemente dire che il territorio, qualunque esso sia, per vincere la sfida globale (vedi Cina, India, ecc…), deve saper assumere un ruolo attivo, da protagonista, puntando su ciò che lo differenzia e che lo rende unico: il capitale umano e le idee, espressioni dei valori intrinseci ad ogni territorio.
Personalmente ho l’impressione che non sempre siamo consapevoli di quanto i nostri territori possano essere ricchi di esperienze, di cultura, di espressioni di solidarietà, di idee e soprattutto di un capitale umano capace di realizzare, attraverso la cooperazione ed il dialogo, imprese inimmaginabili.
Qual è il ruolo della politica in tutto ciò? Penso che alla politica e alle istituzioni spetti un difficile ruolo di leadership all’interno del territorio; politica ed istituzioni devono porre le basi per far si che le diverse componenti del sistema locale possano incontrarsi e cooperare, creando valore per tutti, siano questi cittadini o imprese, ricchi o poveri.
Soltanto se saremo capaci di creare un “sistema locale” efficiente, fondato sulla solidarietà, sulla cooperazione e sull’esaltazione dei nostri valori, allora saremo capaci di offrire ai cittadini risposte concrete ai propri bisogni immediati e, nello stesso tempo, di creare le condizioni per regalare alle generazioni future il benessere di cui ancora oggi godiamo.
Dobbiamo fare delle scelte, affrontare i cambiamenti e renderci protagonisti sulla sfera globale. Un primo passo per fare ciò pensiamo possa essere l’istituzionalizzazione di una “casa comune“ dove cittadini, imprese e istituzioni possano, dialogando, confrontarsi e definire, insieme, interventi e progetti specifici i quali, affiancandosi all’attività svolta dai soggetti pubblici, siano in grado di creare le condizioni per lo sviluppo e il benessere.
Un punto di incontro, un nuovo soggetto in grado di porsi come promotore dello sviluppo e sintesi di tutte le componenti e gli interessi del territorio. Un soggetto preferibilmente non profit, operante secondo logiche privatistiche, in cui pubblico e privato siano in grado di collaborare senza vincoli di soggezione, ma con un unico fine: la solidarietà per lo sviluppo.
Penso ad una “fondazione di comunità”, un’istituzione capace di coinvolgere tutte le diverse espressioni del territorio e, nello stesso tempo, di servire fini di utilità sociale, sviluppando una visione d’insieme delle necessità presenti nel territorio. Questa promuoverà l’aggregazione e l’articolazione della società civile, offrendo alla comunità uno strumento idoneo a dare concretezza ai principi di sussidiarietà e responsabilità sociale; favorirà la cultura della donazione stimolando una maggiore consapevolezza delle potenzialità e delle necessità della comunità ed infine, potrà, grazie alla sua attività quotidiana sul territorio, migliorare la qualità della vita dell’intera comunità.
La fondazione di comunità rappresenterà così una risposta alla rigidità e ai limiti del settore pubblico nel fornire risposte adeguate e soddisfacenti al crescente bisogno dei cittadini di servizi qualificati e all’emergente necessità di offrire al settore privato maggiori opportunità di partecipazione nel rispondere alle istanze della comunità. In altri termini, la fondazione comunitaria svolgerà un ruolo nuovo, quello di catalizzatore di risorse, economiche e non, in ambito territoriale, organizzandone poi la fruizione.
Le amministrazioni comunali, in un simile progetto, dovrebbero a mio giudizio svolgere un ruolo decisivo, diventandone leader e promotrici, magari coinvolgendo gli altri enti locali presenti sul territorio. Esse dovrebbero non solo attivarsi per la costituzione e la prima raccolta fondi, ma, una volta costituita, essere in grado di guidarla verso il raggiungimento si suoi scopi istituzionali, mediando e sintetizzando i diversi interessi che in essa confluiranno.
Un’iniziativa come quella della fondazione di comunità potrebbe, e ne sono convinto, offrire tanto agli organi del governo locale quanto ai privati, un utile strumento per il raggiungimento sia delle finalità pubblicistiche (facenti capo ai diversi enti pubblici del territorio) che di quelle individuali (facenti capo ai soggetti privati operanti sul territorio). Esso sarebbe finalizzato a restituire ai territori, alle loro imprese, ai loro prodotti e ai loro settori di eccellenza, la competitività, l'intraprendenza e la voglia di fare grazie alla capacità di tutti gli attori coinvolti di fare sistema, appunto “sistema locale”.
| inviato da il 12/10/2005 alle 12:8 | |
10 ottobre 2005
Lettera ai giovani
Cari amici,
non di rado mi capita di riflettere, con spirito critico, su quello che significa per noi ventenni vivere in questo tanto atteso nuovo millennio. Mi piacerebbe condividere con voi alcune mie considerazioni relative al nostro modo di reagire agli eventi, al tempo che passa e agli stravolgimenti che, rapidissimi, creano sempre più scompiglio nelle nostre anime. Qualsiasi considerazione sull’universo giovanile non può non partire dalla presa di coscienza del fatto che la società e, con essa, il sistema di relazioni umane, sociali ed economiche da cui trae fondamento, è sempre più soggetta a spinte di cambiamento che, inevitabilmente, condizionano il modo di essere degli individui, siano essi giovani o meno. Il problema, nonostante qualcuno la pensi in maniera diversa, non è la negazione dell’assoluta incontrollabilità del cambiamento a cui il mondo di oggi è soggetto, ma le reazioni dell’uomo alle spinte del cambiamento. È su tale fattore, infatti, che è necessario porre l’attenzione se si vuole affrontare seriamente il tema dell’universo giovanile, comprenderlo e, talvolta, giustificarlo. Va preliminarmente precisato che il cambiamento non è in se un fattore negativo, anzi, talvolta può divenire fonte di vantaggio competitivo, di coesione e di crescita. Per comprendere tale affermazione basti pensare al mondo imprenditoriale. Quotidianamente l’imprenditore si trova a dover fare in conti con la realtà, con il mondo che cambia e con un mercato sempre più instabile; dovrà essere in grado di interpretare il contesto economico in cui opera, governarlo ed opporgli delle scelte efficaci. La società, il mondo in cui viviamo, non è molto diverso dal mercato. Il mercato, infatti, altro non è se non l’insieme di diversi operatori economici, di uomini, che compiono delle scelte economiche seguendo i propri valori e le proprie convinzioni. Il mercato, come la società, spesso sembra inanimato, freddo ed incontrollabile, ma non è così. La società siamo noi, è l’insieme delle nostre anime, dei nostri valori, delle nostre debolezze e dei nostri punti di forza. Per vivere in essa, al pari dell’imprenditore con il mercato, l’uomo deve sforzarsi di interpretarla e di governarla compiendo delle scelte. La connotazione negativa del cambiamento è rinvenibile solo ove coloro che sono interessati lo subiscono e non sono in grado di orientarlo e, quindi di assoggettarlo alle proprie strategie. È evidente che, per governare il cambiamento, è necessario scegliere, reagire al cambiamento opponendo ad esso la propria visione e i propri valori di fondo anzicchè l’inerzia. L’inerzia, troppo spesso, imbriglia l’anima di molti di noi rendendoci apatici, alienati alla vita e passivi nei confronti degli eventi che ci travolgono lasciandoci inermi. Essa fa breccia nella nostra anima quando nel nostro cuore più che nella nostra mente, manca quella scelta di fondo, quella bussola che, innanzitutto a noi stessi, è in grado di mostrare con chiarezza e semplicità, il nostro modo di essere, di apparire e di affrontare la vita; in altri termini, di quella che noi sentiamo essere la nostra missione in questo mondo. Spesso, senza farci neanche troppe domande, snobbiamo cose come la religione, gli ideali, la spiritualità, sostituendole con cose più terrene, di più immediata percezione, di più immediato piacere, inconsapevoli di quello che perdiamo. È tuttavia, un errore che spesso ho commesso anche io. È facile, in un mondo come questo, in cui sentiamo di essere spesso inadeguati, in cui, aggrapparsi a false illusioni, all’immediatezza di un istante e alla futilità delle cose terrene sembra essere la soluzione ai problemi, incorrere nell’errore di trascurare la nostra anima, illudendoci che non sia in noi stessi la soluzione alle nostre angosce e ai nostri turbamenti. La nostra anima, le nostre speranze, i nostri sogni e, in generale, la nostra spiritualità sono il nostro vantaggio competitivo sul “mercato” della vita. Non voglio con ciò indicarvi in cosa credere, perché non lo saprei neanche io. Qualcuno coltiva la propria spiritualità attraverso l’incontro con Dio, con la religione, altri credendo nella spiritualità dell’apparenza, altri confidando nei “lumi” della ragione, altri, ancora, confidando nella “volontà di potenza” o nell’utilitarismo. In verità, non è importante quello in cui crediamo, ma credere in qualcosa su cui fondare la nostra stessa esistenza, credere in una “substantia” della nostra anima, nel senso latino del termine. A scuola, anni fa, qualcuno mi ha insegnato che la storia l’hanno fatta gli uomini che hanno vissuto a cavallo tra due secoli ed io mi sono chiesto sempre il perché. Ripenso a periodi come quello rinascimentale o illuminista, entrambi frutto di rivoluzioni culturali che hanno segnato una linea di discontinuità con il passato, incidendo sulla realtà non solo da un punto di vista culturale ma anche politico, economico e sociale. Si pensi ancora alle teorie sul “super uomo” di Nietzche, ispiratrici dei totalitarismi di inizio ‘900, alle speculazioni filosofiche e scientifiche di Loocke, Hobbes, Marx, Darwin e Smith che hanno fortemente inciso sui sistemi politici, sociali ed economici moderni. È facilmente intuibile il senso dell’insegnamento che, ancora una volta, ci viene dalla storia. Solo se noi, uomini a cavallo non tra due secoli ma tra ben due millenni, saremo in grado di fondare la nostra vita su valori forti, su alti ideali, su idee guida capaci di aprirci l’anima e di far venir fuori la nostra passionalità, saremo in grado di guidare e di indirizzare questo la realtà, facendo quello che per secoli generazioni di uomini di buona volontà hanno fatto per noi, offrendo alle generazioni che verranno quel prezioso dono che è il mondo. È forte più che mai il bisogno di responsabilità e di presa di coscienza del fatto che quello che saremo nel futuro dipenderà solo da noi, da quello che saremo stati in grado di fare e di dimostrare quotidianamente a chi ci giudica. Dobbiamo cercare dentro noi stessi quella che è la nostra vocazione, la nostra missione, e per quella dobbiamo investire tutte le nostre energie e passioni. Non dobbiamo avere paura di sognare, di progettare il futuro, di avere fiducia e speranza, perché è questa che ha alimentato le più grandi opere umane superando ogni genere di difficoltà. Ricordate la storia di Cristoforo Colombo, quanti gli hanno detto che non era possibile fare ciò che lui diceva, oppure quella di Galileo Galilei, oppure la splendida storia di Gesù, Questi uomini ci offrono un insegnamento importante che dobbiamo tenere sempre a mente. Perseverare, sperare ed avere fede, sono questi gli ingredienti per realizzare le proprie aspirazioni e per compiere la propria missione in questo mondo. Siamo artefici del nostro destino, siamo noi che, vivendo e compiendo le scelte, “usiamo” la realtà, la assoggettiamo al nostro volere e ai nostri sogni, non il contrario. Non spaventiamoci di fronte alle muraglie più alte, ai “non si può” di chi è più potente di noi. Non arrendiamoci mai, la nostra passione, la nostra voglia di portare a termine la nostra missione e di realizzare noi stessi, ci darà la forza necessaria per arginare qualsiasi ostacolo, a superare anche le prove più dure. Ma attenzione, perseguiamo i nostri obiettivi rispettando gli altri, prestando talvolta soccorso a chi è meno fortunato di noi o a chi rimane indietro perché non regge i ritmi frenetici della vita, non siamo cinici. Facciamo in modo che la nostra missione e i nostri obiettivi siano parte di un progetto più ampio idoneo a portare beneficio a tutti. Siamo solidali, uniti delle disgrazie e nelle gioie per i successi nostri e per quelli altrui, interagiamo con gli altri, perseguiamo strategie comuni, coltiviamo l’interesse della società. Evitiamo i conflitti, prediligiamo il confronto, il dialogo, non chiudiamoci mai in noi stessi e nel nostro egoismo, stiamo vicini a chi soffre perché anche da loro trarremo insegnamento e linfa. Cari giovani, amici miei, spesso la vita ed i suoi cambiamenti, ci sottopone a cose più grandi di noi, davanti alle quali ci sentiamo spaesati, impotenti, ma noi non spaventiamoci. Manzoni nei promessi sposi dice, per bocca di Lucia, che Dio non turba mai la quiete dei suoi figli se non per regalargli un futuro migliore, più prospero. È questa la frase che negli ultimi anni mi ha accompagnato lungo l’impervia strada che porta alla realizzazione dei miei sogni e delle mie aspirazioni, che mi ha aiutato ad uscire dai periodi più bui e che mi fa apprezzare ogni giorno quello che ho costruito. Spero potrà essere d’aiuto anche a voi.
| inviato da il 10/10/2005 alle 11:29 | |
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